La Catalogna è una delle regioni che formano la comunità linguistica catalana, la quale attualmente si trova distribuita in quattro stati europei: lo Stato spagnolo (Catalogna, Paesi valenziani, Isole Baleari, parte delle comunità autonome d’Aragona e di Murcia), lo Stato francese (la Catalogna del Nord, il Dipartimento dei Pirenei Orientali), lo Stato italiano (Alghero, una città in provincia di Sassari in Sardegna) ed Andorra (uno stato indipendente che si trova nel cuore dei Pirenei, dove il catalano è l’unica lingua ufficiale).
In questo articolo parleremo del caso di Catalogna, siccome la divisione amministrativa della nostra comunità linguistica in quattro stati diversi –e nel caso dello stato spagnolo divisa anche in cinque comunità autonome differenti- fa che lo status legale della lingua sia molto diverso e risultino situazioni sociolinguistiche distinte.
1. Processo storico
Breve cenno di chiarimento
Quando si parla di sistema educativo in Catalogna, per quel che riguarda l’insegnamento delle lingue, tante volte si confondono i termini e si utilizza il concetto d’immersione linguistica per l’insieme del nostro insegnamento. Bisogna specificare che quando ci riferiamo all’immersione linguistica, parliamo “solo” di quei contesti in cui si applicano le metodologie proprie di questo programma (insegnamento di seconde lingue), dato che una parte importante degli allievi non conosce la lingua veicolare del sistema educativo che, come vedremo, è la lingua catalana. Nei contesti nei quali la scolaresca conosce la lingua catalana sia per via famigliare o per contatti con l’ambiente circostante, non parleremo mai d’applicazione di programmi d’immersione linguistica, parleremo, semplicemente, d’insegnamento in catalano.
Una desisione democratica
Nel 1979, lo Statuto d’Autonomia di Catalogna, ha stabilito l’ufficialità del catalano che si aggiugeva a quella dello spagnolo (dichiarato lingua ufficiale dello stato spagnolo nella Costituzione Spagnola nel 1978). Concretamente, l’articolo 3 dello Statuto di 1979 raccoglieva due punti che sono stati fondamentali nello sviluppo della politica linguistica della Generalitat di Catalogna: il riconoscimento del catalano come lingua propria e l’impegno di garantire l’uso normale ed ufficiale delle due lingue ufficiali, per raggiungere l’uguaglianza d’entrambe le lingue per quell che riguarda i diritti dei cittadini.
La Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna (http://www.bibiloni.net/legislacio/LNLC.htm), da quanto è stabilito nell’articolo 1.1., aveva come obiettivo lo sviluppo dell’articolo 3 de lo Statuto d’Aunomia di Catalogna che come finalità aveva la normalizzazione dell’uso della lingua catalana in tutti gli ambiti e di garantire l’uso normale del catalano e dello spagnolo. L’articolo 1.2 precisa anche alcuni obiettivi della Legge: imparare ed incentivare l’uso del catalano per tutti i cittadini; dare efficacia all’uso ufficiale del catalano, normalizzare l’uso del catalano in tutti i mezzi di comunicazione sociali ed assicurare l’ampliazione del conoscimento del catalano.
Per renderlo possibile, e partendo dal fatto che il catalano era la lingua propria di Catalogna, si è stabilito che doveva essere la lingua propria di quattro ambiti, i quali dovevano diventare i quattro assi principali della politica linguistica della Generalitat di Catalogna: l’amministrazione, la toponimia, l’intitolazione dei mezzi di comunicazione della Generalitat e l’istruzione non universitaria.
Dunque, il catalano diventa lingua propria, si potrebbe dire la prima lingua in alcuni ambiti pubblici con lo scopo di livellare la situazione d’entrambe le lingue ufficiali, avendo conto che la situazione della lingua catalana era, in tutti gli aspetti, inferiore, anzi, precaria, se prendiamo il termine che appare nel preambulo della Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna. Arrivati a questo punto, bisogna riccordare che la Legge è stata approvata per 133 voti (su 135 deputati). Cioè, una legge approvata per tutti i partiti con rappresentanza parlamentare (Convergència i Unió, Partit Socialista de Catalunya, Partit Socialista Unificat de Catalunya i Unión de Centro Democrático), meno il Partido Socialista de Andalucia, scomparso poco dopo dal panorama politico catalano.
Nel ambito educativo, e senza approfondire, la Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna ha significato: dichiarare il catalano lingua propria dell’istruzione in tutti i livelli educativi; stabilire che i bambini hanno il diritto di ricevere il primo insegnamento nella loro lingua abituale (1); non dividere gli allievi in scuole diverse secondo la lingua; garantire che tutti gli scolari dovevano accreditare, alla fine dell’istruzione obbligatoria, la conoscenza del catalano e dello spagnolo, indipendentemente della loro lingua abituale all’inizio della loro scolarità; stabilire il dovere degli insegnanti di conoscere entrambe le lingue ufficiali; ed istituire il catalano come lingua d’espressione abituale nelle scuole in tutte le attività interne ed in quelle di proiezione esterna. Ossia, è stata una scomessa chiara per avere un unico modello educativo, che doveva offrire a tutta la cittadinanza della Catalogna l’oportunità di conoscere le lingue ufficiali e, nel caso del catalano, questa premessa solo era possibile se il catalano diventava la prima lingua della scuola.
Negli anni ottanta, in questa nuova situazione legale (svilupata con il Decreto 362/1983, del 30 agosto, in riferimento all’applicazione della legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna) (1) e con l’esperienza acquisita dagli insegnanti che avevano introdotto l’insegnamento del catalano in catalano, incomincia il processo graduale di catalanizzazione del sistema educativo e, nello stesso tempo, incomincia l’applicazione dell’immersione linguistica, che popolarmente diventa lo stendardo della normalizzazione linguistica. È il momento in cui vengono applicate le metologie dei programmi d’immersione linguistica nelle zone dove la maggioranza degli scolari parla lo spagnolo, in cui migliaia di maestri frequentano corsi d’aggiornamento (“reciclaggio”) e le scuole di Magisterio promuovono i Piani Intensivi di Normalizzazione Linguistica per coordinare in una stessa direzione le attuazioni del Departament d’Ensenyament e dei comuni... Senza dubbio, sono stati anni in cui la catalanizzazione del sistema educativo è stata strettamente legata con la rinnovazione pedagogica e con una decisa inclinazione a una scuola di qualità.
L’applicazione del programma d’Immersione Linguistica
In questo senso, bisogna ricordare che il programma d’Immersione Linguistica (PIL) sviluppato in Catalogna ha osservato attentamente le esperienze che, nel Quebec, aveva sviluppato il professore Lambert. Il modello catalano, nonostante tutto, non ha seguito alla lettera i referenti canadesi ed è stato modificato a partire delle coordinate estratte dal contesto e dalle proprie strategie d’intervento.
Sarebbe interessante ricordare che l’immersione linguistica non è stata, all’inizio, un programma spinto dall’Amministrazione educativa della Catalogna. I pionieri sono stati in realtà un gruppo di scuole (professori o comunità educative) che, coscienti dell’inefficacia dei modelli d’insegnamento della lingua catalana in relazione alle esigenze del contesto sociolinguistico e socioculturale, decidono sperimentare, provare alternative metodologiche diverse, nella situazione legale che offre la Legge 7/1983 di Normalizzazione Linguistica. L’appoggio dell’amministrazione politica è dovuto al successo ottenuto nelle prime esperienze (il riferimento alle scuole pubbliche di Santa Coloma de Gramenet, nella periferia industriale di Barcellona, è obbligato)
Per quel che riguarda le basi pscolinguistiche del PIL è assolutamente necessario far riferimento all’ipotesi dell’interdipendenza linguistica del professore canadese Cummins. L’ipotesi dello sviluppo interdipendente propone che il livello di competenza acquistato dal bambino nella L2 dipende, in parte, dal tipo di competenza che il bambino ha svilupato nella L1 dal momento in cui incomincia il contatto intenso con la L2. Riassumendo, l’ipotesi propone che esiste interazione fra la lingua d’appredimento ed il tipo di competenza che il bambino sviluppa nella L1 prima dell’ inizio della scuola. I lavori del Cummins proponevano che le abilità implicate nell’uso di una lingua non sono proprie delle sue caratteristiche, non dipendono dall’aspetto formale (morfologia, sintassi, fonologia, ecc.), ma che implicano l’uso del linguaggio in generale; in maniera che, nella base dell’uso che qualsiasi locutore fa d’una delle lingue che domina, c’è una competenza comune a tutte loro. Questa competenza non è innata, ma è il risultato dell’apprendimento ad usare una lingua determinata. Le teorie del Cummins offrivano un contesto teorico esplicativo che da sostegno ai processi d’insegnamento che usano come lingua veicolare una lingua che non è la lingua degli allievi, poichè la competenza è comune e viene trasferita da una lingua all’altra.
Tuttavia, l’ipotesi d’interdipendenza linguistica, anche se assicurava che il programma d’immersione poteva funzionare con alunni di ambienti socioculturali strutturati, nello stesso tempo poneva interroganti in relazione con gli alunni di ambienti socioculturali poveri. Ed è qui che entrano in gioco le impostazioni del sociologo Basil Bernstein riguardo il ruolo del linguaggio verbale e dei suoi codici nell’insucesso scolare negli ambienti socioculturali bassi (il codice verbale limitato proprio di questi gruppi non serve per aver un risultato positivo nella scuola, dove viene usato un linguaggio astratto e non contestualizzato). Questi studi sono nella base della scelta d’introdurre il PIL, in maniera precoce, nell’educazione infantile, in modo di aiutare a compensare le disuguaglianze linguistiche che esistono fra gli allievi.
Alcune considerazioni riguardanti le caratteristiche e condizioni del PIL:
L’applicazione del PIL:
· È un programma con cambio di lingua casa/scuola.
· È un programma d’educazione biligue; gli allievi devono raggiungere lo stesso dominio d’entrabe le lingue (quella famigliare e quella scolastica) durante il periodo di scuola dell’obbligo.
· È un programma voluntario (la Legge lo garantiva e tutt’oggi lo garantisce con la possibilità di richiedere attenzione linguistica individuale di lingua spagnola durante il primo anno di scuola).
· La maggioranza degli allievi non conosce la lingua d’apprendimento.
· Tutti gli insegnanti sono bilingue (ovvero, conoscono la lingua della scuola e la lingua famigliare della scolaresca).
· Nel caso del catalano, bisogna aggiungere che il PIL è stato anche relazionato, come abbiamo già detto, a tutto un processo di rinnovazione pedagogica (sopratutto nella fase dell’educazione infantile e nella prima elementare) che implicava l’introduzione di nuove metodologie, nuove strategie didattiche, nuovi materiali curricolari ... e di normalizzazione linguistica, per il fatto che ha permesso di garantire il conoscimento d’una lingua minoritaria, in questo caso la catalana, per la maggioranza della popolazione, indipendentemente di quale fosse la lingua famigliare.
Alcune considerazioni riguardanti gli aspetti organizzativi e istituzionali:
Spesso un aspetto meno conosciuto, però non necessariamente meno importante, dello sviluppo del PIL è stata l’apportazione di nuove forme organizzative e d’intervento istituzionale.
Una delle innovazzioni organizzative più interessanti dello sviluppo del PIL fu la creazione dei “Plans intensius de normalització linguistica”, che sono modi di lavoro in collaborazione fra diferenti istituzioni (amministrazione locale, amministrazione autonoma) che agivano in un determinato territorio e che hanno contribuito con proposte molto interessanti alla pianificazione linguistica scolare, intendendo che l’educazione non è un lavoro solo dell’istituzione scolastica, ma bensí della società.
Lo sviluppo del PIL ha implicato anche la costruzione d’un ambizioso programma di consulenza didattica che, diretto dal Servei d’Ensenyament del Català (SEDEC) facente parte del Departament d’Ensenyament de la Generalitat, fu decisivo alla rinnovazione pedagogica delle scuole pubbliche elementari di Catalogna, specialmente durante gli ultimi anni 80 (ottanta) e la prima metà degli anni 90 (novanta).
Un modello linguistico riconosciuto dalla Costituzione Spagnola
Il 23 dicembre del 1994, il Tribunale Costituzionale ha emesso una sentenza nella quale considerava che quattro articoli della Legge 7/1983 del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna, per l’esattezza quelli che regolavano il regime linguistico dell’insegnamento in Catalogna (un processo iniziato nel 1983 quando un privato ha presentato un ricorso amministrativo alla Sala Amministrativa del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna), erano ammessi dalla Costituzione Spagnola.
In modo definitivo, si può affermare che, con questa sentenza, la Costituzione Spagnola avallava il modello linguistico dell’insegnamento previsto dalla legislazione catalana.
L’ordinamento legale della lingua nella scuola
Negli anni 90, si fa un salto qualitativo, almeno nell’aspetto legale: viene stabilito l’ordinamento generale degli insegnamenti dell’educazione infantile, elementare e media obbligatoria in Catalogna (3) a partire dell’entrata in vigore della Legge organica 1/1990, d’ordinamento generale del sistema educativo, dove si determina che il catalano, come lingua propria che è di Catalogna, lo è anche per l’insegnamento. Verrà utilizzato normalmente come lingua veicolare e d’apprendimento dall’educazione infantile, dall’educazione elementare e dall’educazione media obbligatoria. Posteriormente, i decreti (4) che venivano sviluppati in infantile, elementare e media obbligatoria, l’ordenazione generale degli insegnamenti, rinforzavano il fatto di affermare un’altra volta che il catalano come lingua propria di Catalogna lo è anche dell’insegnamento, e di conseguenza, deve venir utilizzato come lingua veicolare e d’apprendimento dell’insegnamento dei sopracitati livelli educativi. Lo stesso riferimento lo troviamo anche nei decreti che stabiliscono gli insegnamenti di formazione professionale, delle medie superiori (5), ecc.
La Legge 1/1998, del 7 gennaio, di politica linguistica (http://www6.gencat.net/llengcat/legis/lleipl.htm) stabilirà ancora che il catalano dev’essere usato normalmente come lingua veicolare e d’apprendimento nell’istruzione non universitaria.
In oltre, d’accordo con l’articolo 6 (La lingua propria e le lingue ufficiali) dello Statuto di autonomia della Catalogna (dal 2006 Catalogna ha un nuovo Statuto di autonomia in sostituzione dello Statuto del 1979) (6):
1. La lingua propria di Catalogna è il catalano. Di conseguenza, il catalano è la lingua d’uso normale e preferente dalle amministrazioni pubbliche, dai mezzi di comunicazione pubblici in Catalogna, ed è anche la lingua normalmente adoperata come lingua veicolare e d’apprendimento nell’istruzione.
2. Il catalano è la lingua ufficiale di Catalogna, come lo è anche lo spagnolo, che è la lingua ufficiale dello Stato spagnolo. Tutte le persone hanno il diritto di usare le due lingue ufficiali e i cittadini di Catalunya hanno il diritto ed il dovere di conoscerle. I poteri pubblici di Catalogna devono stabilire le misure necessarie per facilitare questi diritti e di compiere questi doveri, d’accordo con quello che stabilisce l’articolo 32, non ci dev’essere discriminazione per l’uso di qualsiasi delle due lingue.
Per quel che rigurda l’insegnamento non universitario, si specifica:
Articolo 35. Diritti linguistici nell’ambito dell’insegamento.
1. Tutte le persone hanno il diritto di ricevere l’insegnamento in catalano, come stabilito dallo Statuto. Il catalano dev’essere usato come lingua veicolare e d’apprendimento nell’insegamento universitario e non universitario.
2. Gli alunni hanno il diritto a ricevere l’insegnamento in catalano nella scuola non universitaria. Inoltre hanno il diritto ed il dovere di conoscere con sufficenza orale e scritta il catalano e lo spagnolo alla fine della scuola dell’obbligo, indipendentemente della loro lingua abituale al momento dell’iscrizione nella scuola. L’insegnamento del catalano e dello spagnolo deve avere una parte adeguata nei piani di studi.
3. Gli alunni hanno diritto a non essere separati in scuole o in classi differenti per causa della loro lingua abituale.
4. Gli alunni che s’iscrivono più tardi dell’età corrispondente al sistema scolastico di Catalogna hanno il diritto a ricevere sostegno linguistico speciale, se per il fatto di non capire il catalano hanno difficoltà a seguire il normale insegnamento
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Più di 2 anni* |
Capisce |
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È capace di parlare |
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È capace di leggere |
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È capace di scrivere |
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Dai 2 ai 14 anni |
966 |
919 |
95,10 |
753 |
78,00 |
657 |
68,00 |
534 |
55,30 |
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Dai 15 ai 29 anni |
1.468 |
1.428 |
97,30 |
1.162 |
79,20 |
1.212 |
82,60 |
930 |
63,40 |
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Dai 30 ai 44 anni |
1.267 |
1.208 |
95,30 |
812 |
64,10 |
875 |
69,10 |
398 |
31,40 |
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Dai 45 ai 59 anni |
1.045 |
964 |
92,20 |
594 |
56,80 |
600 |
57,40 |
227 |
21,70 |
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Dai 60 ai 74 anni |
847 |
756 |
89,30 |
520 |
61,40 |
488 |
57,60 |
210 |
24,80 |
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Dai 75 ai 84 anni |
282 |
240 |
85,10 |
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